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I Washington Redskins cambiano nome tra la pressione dei tumulti razziali a quella degli sponsor. Anche “il barba” positivo?

Fonte immagine: Unsplash

I Washington Redskins cambiano nome

Se qualcuno si fosse messo in testa che la protesta contro le prese di posizione razziste nei confronti degli afroamericani d’America, fossero una specie di fuoco di paglia destinato a chiudersi a breve, bene, si sbagliava e non di poco.

E no, non parlo dei gruppi di persone un po’ più facinorose di altre, sorprese, neanche poi tanto, a buttare giù statue e simboli di un tempo che non c’è più.

Qui si tratta di ben altro, qui si tratta di cambiamenti che acquisiranno la status di “epocale”, visto che varieranno per sempre alcune abitudini alle quali il popolo statunitense era abituato da sempre.

Non viene meno a tale enunciato un comparto della fiorente economia a stelle e strisce tra i più curati e coccolati dai governi che si susseguono da 50 anni ad oggi, lo sport professionistico.

Ho parlato anche su queste pagine della reazione che alcuni giocatori della NBA, della quale mi occuperò anche più avanti, hanno avuto di fronte alla decisione presa dal Commissioner Adam Silver e dai suoi più stretti collaboratori di far riprendere la stagione sportiva nella bolla di Orlando.

Tale decisione fu presa all’indomani dei primi moti di protesta scatenatisi dopo la diffusione dello spaventoso video della morte di George Floyd a Minneapolis lo scorso 25 maggio.

Adesso si passa a qualcosa di concreto, laddove concreto non significa più scendere in piazza o per le strade.

È notizia di ieri che la squadra di football americano, i Redskins di Washington, dopo un lunghissimo tira e molla che per la verità durava da decenni, cambierà ufficialmente nome per eliminare quello che, a detta di molti, è un riferimento scomodo per la squadra in sé e per la capitale degli Stati Uniti in generale.

Il movimento “Black Live Matters” ha ovviamente reso il dibattito molto più acceso e quella parola che faceva capolino in tutte le attività degli, ormai, ex Redskins (Pellerossa), non verrà più affiancata al nome della città più importante degli Stati Uniti.

Il proprietario Den Snyder, in piena sintonia con l’allenatore attuale Ron Rivera, hanno annunciato in un comunicato congiunto che non si è ancora arrivati ad un nuovo nome della squadra, ma si troverà una nuova soluzione che sia “più rispettosa”.

In molti sono propensi a pensare che le pressioni da parte degli sponsor come la Nike e la Washington FedEx che dà il nome alle strutture della squadra, abbiano avuto un ruolo decisivo sull’operazione, ma questo lo scopriremo solo quando verrà svelato il nuovo nome della squadra.

Redhawks, Redtails, Redwolves, Warriors, Generals e Renegades i nomi in pole position e già si scatenano sul web e soprattutto sui forum dei tifosi della squadra, tutti i sondaggi possibili e immaginabili.

Arma a doppio taglio, visto che si sprecano i lavori dei detrattori dei Redskins che furono, atti a utilizzare i nomi più oltraggiosi per squadra e franchigia…

Anche James Harden contagiato oltre a Westbrook?

Alla vigilia della partenza per la bolla di Orlando, molte squadre di NBA hanno cominciato le grandi manovre in vista della riapertura della stagione, prevista per la fine di luglio.

La notizia della positività di Russell Westbrook ha scosso e non poco l’ambiente texano di Houston, dove la franchigia stava ultimando i preparativi per il trasferimento ad Orlando dove si dovrebbe, a questo punto il condizionale è d’obbligo, concludere la stagione 2019/2020.

Quando cominciano ad essere i pezzi da 90 a dover rimanere fuori da quella che tutti chiamano ormai “la bolla di Orlando”, allora si pone un problema enorme, perché la NBA sì, è vero, è una macchina da soldi e non ha sbagliato una mossa negli ultimi anni, ma poiché essa continui a regalare lo spettacolo di sempre, ha sempre e comunque la necessità di far scendere in campo chi di questo mondo è il vero e proprio protagonista: i giocatori più rappresentativi.

È notizia di questa notte che la super stella compagno di squadra di Westbrook nei Rockets, James Harden, non è partita col resto della squadra e, se pure manchi l’ufficialità della cosa, sono sempre più insistenti le voci che pure “il barba” sia stato contagiato dal Covid.

Come abbiamo scritto qualche giorno fa la ripresa è quindi fortemente a rischio e il mio parere personale è che, se cominciano a esserci fon troppe defezioni, l’appeal che perde di efficacia potrebbe alla lunga mettere in crisi l’intero carrozzone che sta traslocando proprio in queste ore a Orlando.

Non si conoscono, o meglio non sono chiarissimi, peraltro, i protocolli ufficiali nel caso di contagio all’interno e/o fuori dalla bolla in Florida, tanto che ci sono casi di giocatori che sono usciti dalle proprie stanze per andare a prendere del cibo al di fuori del “recinto” e sono stati messi in quarantena. Leggasi il caso di Richaun Holmes dei Sacramento Kings, subito posto in quarantena e di Bruno Caboclo, anch’egli dei Rockets.

In tutto questo casino si spera di poter recuperare qualche pezzo importante per il 30 di luglio, ma a queste condizioni è davvero tutto in discussione…

Speriamo bene.

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Fonte immagine: Unsplash

Andrea Borea