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Pino Maddaloni racconta il rapporto col padre: È stato un fratello più grande, una persona da seguire”

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Fonte immagine: *pinomaddaloni

Il judoka italiano Pino Maddaloni ha raccontato la sua vita e la sua carriera in una puntata del programma televisivo “C’è tempo Per”.

Il campione che 22 anni fa ha regalato all’Italia un oro a Sydney, ha svelato chi è stato il modello al quale si è ispirato: il suo papà. “È stato un fratello più grande, una persona da seguire, da emulare, ma non è stato facile averlo come maestro, con me era più severo che con gli altri, dovevo arrivare in tempo all’allenamento, dovevo dare il buon esempio, e anche se era dura questo mi ha aiutato”.

Tra padri e figli, si sa, non è sempre tutto rosa e fiori. Le incomprensioni sono normali in ogni famiglia, anche tra campioni. “Vedo bambini che dopo un confronto si irrigidiscono, invece ai miei tempi un sano litigio rafforzava, faceva crescere”.

Il confronto diventa così un momento di crescita professionale e soprattutto personale, al giorno d’oggi però non sempre è percepito come tale.

Pino Maddaloni inizia a praticare questa disciplina all’età di 7 anni. Così quando gli altri bambini imparano a parlare, il napoletano, sotto la guida di papà Giovanni, apprende i fondamentali.

Da lì inizia il lungo percorso del professionista che, attraverso una carriera costellata da successi, il primo ai Giochi della Gioventù 1988, culmina nel 2000 con la medaglia d’oro dei Giochi Olimpici di Sydney nella categoria -73kg.

Quel ragazzo di Scampia, cresciuto sotto una guida attenta ed esigente, diventa campione del mondo.

Cos’altro può volere di più un padre-allenatore?

Il professionista non si accontenta e dopo questo e tanti altri traguardi, viene nominato Commendatore dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Pino ha smesso di combattere nel 2007, quando si è classificato al quinto posto alle Olimpiadi di Pechino.

Oggi il campione è direttore tecnico delle Fiamme Oro Judo

Maddaloni ha terminato l’intervista commentando l’omicidio di Willy, il 23enne ucciso qualche giorno fa: “Noi insegniamo il rispetto, il volerci bene, il trasmettere valori forti come l’amicizia, diciamo che se vogliamo bene a una persona non dobbiamo scriverlo sui social ma dirglielo e dimostrarglielo”.

L’atleta è molto attento al sociale, tanto da aver messo in piedi, insieme alla sua famiglia, una palestra nella periferia di Napoli. L’intento è quello di portare via i ragazzi dalla strada e arginare il rischio di criminalità.

Un bellissimo esempio di come lo sport possa trasmettere valori di legalità, rispetto e sacrificio, mettendo la famiglia, oltre che gli allenatori, al centro dell’educazione degli aspiranti professionisti.

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Fonte immagine: *pinomaddaloni