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Mwepu e quella ‘figuraccia’ che salvò la Nazionale dello Zaire

Fonte immagine: Flickr

Al giorno d’oggi, le Nazionali africane sono in un certo senso le mine vaganti nelle principali competizioni internazionali, come ad esempio i Mondiali. Ma c’è stato un tempo in cui l’Africa, specialmente quella nera, era considerata come l’ultima ruota del carro nella grande giostra del calcio mondiale. E il 1974 rappresenta in un certo senso una tappa fondamentale nell’evoluzione di questo processo.

La Coppa del Mondo tornava in Europa dopo la splendida edizione del 1970 in Messico. Ma quattro anni dopo, il Mondiale 1974 fu soprattutto il Mondiale dello Zaire. Il ritorno dell’Africa nera nel calcio che conta ebbe un preambolo molto interessante, rappresentato dall’arrivo al potere di Mobutu, un vero e proprio dittatore che però favori la crescita economica del Paese e mise a punto anche un campionato di calcio semi-professionistico, con il rientro dei più forti giocatori zairesi che militavano in Europa da “extracomunitari” o da naturalizzati.

Così venne fuori una Nazionale che poteva andare in Germania a giocare un Mondiale con qualche speranza di fare bene. La allenava Blagoje Vidinic, notato per aver portato in Messico la nazionale marocchina. Il girone in cui fu sorteggiato lo Zaire non era esattamente tra i più ‘morbidi’: c’erano la Scozia, la Jugoslavia e il Brasile campione del mondo in carica. Il debutto oppone gli uomini di Vidinic ai britannici.

Finisce 2-0, ma al termine della gara le sensazioni sono variegate: c’è chi pensa che con un po’ di fortuna in più lo Zaire avrebbe anche potuto strappare un punto, ma è diffusa anche l’opinione secondo la quale la Scozia abbia “scherzato”. E alla fine questo scherzo risulterà fatale a Joe Jordan e compagni, eliminati proprio per la differenza reti. Ma per lo Zaire, quello era solo l’inizio dell’incubo.

Seconda partita, Gelsenkirchen. Jugoslavia-Zaire. Mobutu aveva fatto sapere che la sconfitta della settimana precedente non era piaciuta, tanto che erano stati annullati i premi partita. Ne viene fuori un gran trambusto: i giocatori non vogliono giocare, ma alla fine vengono convinti, anche se giocano con il morale sotto i piedi. E si vede. Dopo 15 minuti i balcanici sono in vantaggio per 3-0. Il portiere Kazadi chiede in lacrime la sostituzione e viene rimpiazzato da Tubilondo, un adolescente buttato nella mischia dal nulla. Finirà 9-0, e la reazione del dittatore sarà ben peggiore.

Ma veniamo alla partita che, purtroppo, passerà alla storia del calcio africano. Lo Zaire affronta il Brasile campione uscente, che ha bisogno di vincere con tre reti di scarto per passare il turno. E la minaccia di Mobutu fu chiara: se perderete con più di tre gol di svantaggio e deciderete di tornare a casa, verrete fatti fuori già allo sbarco. I primi tre gol arrivano senza grossi problemi per la Seleçao, opposta a una squadra senza stimoli oltre che infinitamente inferiore.

Ma a pochi minuti dalla fine c’è un calcio di punizione: sul pallone c’è Rivelino, che da quella posizione ha fatto decine di gol. La paura e la tensione sono tangibili tra le fila degli zairesi. L’arbitro, il romeno Nicolae Rainea, fischia ma a calciare non sarà il fantasista brasiliano, bensì un giocatore africano. Si chiama Ilunga Mwepu: esce dalla barriera e spazza via. In campo c’è incredulità, l’arbitro non sa che fare e lo ammonisce. Rivelino – sfiorato da quella assurda traiettoria – poi batterà la punizione ma calcerà fuori, salvando i suoi colleghi africani.

La partita finirà 3-0, il Brasile passerà il turno e gli zairesi avranno salvato la pelle. Qualche anno dopo verrà tutto a galla: in caso di quarto gol brasiliano, i giocatori e le loro famiglie sarebbero stati uccisi. Mwepu morirà nel 2015 per una malattia, ma tutti lo ricorderanno per una figuraccia che ha salvato centinaia di persone.

Fonte immagine: Flickr

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Francesco Cammuca