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Mattia Caldara racconta il suo calvario di infortuni

Parla il difensore del Venezia

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Fonte immagine: Profilo Instagram @veneziafc

Se c’è un giocatore che può spiegare cos’è la sfortuna, quello è senza dubbio Mattia Caldara. In una recente intervista il difensore ha voluto raccontare com’è iniziato il suo periodo nero: “Arriva un sabato, un sabato come gli altri. C’è allenamento, durante uno scatto sento un dolore lancinante al tallone. Penso: «Chi diavolo mi ha colpito?». Mi volto, ma c’è solo Patrick Cutrone a due metri di distanza. «Come ha fatto a prendermi!?», non capisco. E invece realizzo che no, non è stato nessuno”.

Il primo grave infortunio lo ha patito quando giocava nel Milan, le cose con il passare del tempo non sono migliorate. Anzi… “Il mio tendine d’Achille aveva ceduto. Non avevo sensazioni pregresse, fastidi, dolore. Quella è stata la prima, vera botta mentale. Ho compreso che non sarebbe stata una cosa da poco. Non sapevano se operarmi, erano giorni confusi e io ero in balia di tanti punti interrogativi”.

Caldara e la ripresa mentale

Il difensore aveva provato a riprendersi i rossoneri, che nel frattempo avevano cambiato Giampaolo con Pioli rivoluzionando l’aspetto tattico: “Avevo già perso una stagione, quella del grande salto. Mi servirono alcuni giorni per realizzare. Proprio in quel momento iniziò anche il declino personale. Andai a Roma per fare riabilitazione, tornando a Milano a settembre inoltrato. Mister Marco Giampaolo, di fatto, non l’ho neanche conosciuto, perché quando iniziai a essere più presente a Milanello, lui fu esonerato. Arrivò Stefano Pioli”.

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L’attuale difensore del Venezia, in gol prima della sosta contro la Roma, ha fatto capire quanto sia importante l’aspetto psicologico per riprendersi da tutti questi incidenti: “Non era normale, così tanti infortuni. Ho cambiato le mie abitudini, provando a migliorare la mia vita: o geneticamente ero di carta velina, o c’era qualcosa che non andava. Ho pensato di smettere. Quando non riesci a venire a capo di una situazione da tanto tempo, la soluzione più estrema ti sembra la migliore. Ma non potevo mollare”.

E noi siamo più contenti di rivederlo in campo a lottare.

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