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Le ultime parole tra amici: Michael Jordan e Kobe Bryant.

La stella dell’NBA ricorda il Mamba e il loro ultimo scambio di messaggi.

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Fonte immagine: Instagram

Perdere un amico è qualcosa di tremendamente doloroso, soprattutto quando quella persona non era solo tale, era un’identità fondamentale per tutti quelli che lo circondavano e quelli che lo amavano.

Kobe Bryant era un uomo, un marito, un padre, un amico, un giocatore che ha fatto sognare migliaia di appassionati e la sua morte ha segnato una frattura tremenda nelle vite di ognuno di loro.

Anche il grande Michael Jordan lo ricorda e sceglie di rivelare alcuni messaggi che i due si sarebbero scambiati prima della sua morte, gli ultimi.

Una cosa abbastanza triste, sapere che gli ultimi messaggi che hai letto di un tuo amico, saranno gli ultimi per sempre. Forse per questo la stella, a pochi giorni dall’introduzione nella Hall of Fame, ammette di non riuscire a cancellarli, infatti afferma: “Per qualche motivo non riesco a cancellare quei messaggi, mostrano tutta la sua natura competitiva”.

 

L’ultimo scambio risale all’8 dicembre 2019, un mese e mezzo prima dell’incidente, appena dopo mezzogiorno:

 

“La tequila che mi hai mandato è fantastica” ha scritto Kobe, ringraziando MJ per la bottiglia di Jordan’s Cincoro Tequila che gli aveva mandato al lancio dell’etichetta.

“Grazie, fratello mio”.

“Yes, sir. La famiglia sta bene?”.

“Tutto bene, la tua?”.

“Benissimo”

“Buone feste, spero di vederti presto. Coach Kobe??!” ha aggiunto MJ, prendendo in giro Bryant per la sua nuova avventura in panchina aggiungendo anche una emoji che ride piangendo.

“Sono seduto in panchina proprio in questo momento, li stiamo massacrando. 45-8”.

 

Durante il suo discorso sul palco di Springfield, Michael Jordan ricorderà il grande Kobe, proprio come fece in occasione del memoriale del febbraio 2020 allo Staples Center, per ricordare anche la figlia Gigi e le altre sette persone che hanno perso la vita nell’incidente di elicottero di Calabasas.

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“La gente se lo dimentica, ma Kobe si è fatto da solo. E ci è riuscito col duro lavoro, mettendoci tutto quello che aveva. Dovrebbe essere un grande modello per un sacco di ragazzi che a 18 anni magari non vogliono passare dal college per giocare a pallacanestro. Lui ha mostrato come farcela. Ma allo stesso tempo è rimasto per molto tempo in panchina prima di avere la sua chance, e quando l’ha avuta l’ha sfruttata fino in fondo. Mentalmente era un ragazzo molto duro, forse anche più di quanto lo fossi io. Perché ai miei tifosi non piaceva il fatto che stesse cercando di copiare quello che io avevo fatto”.

La storia di un campione, che resterà per sempre impresso nel cuore di tutti.