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La filosofia Rockets, precursori o basket circense? I Lakers daranno la risposta definitiva.

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Fonte immagine: *pixabay

L’argomento tiene banco da almeno un paio d’anni, da quando Mike D’Antoni e il suo staff tecnico hanno imboccato una strada che porta all’interrogativo più importante: è questo il futuro del basket statunitense?

Estremizzare il concetto di apertura del campo per sfruttare le bocche da fuoco che sparano oltre la linea da tre punti senza soluzione di continuità, è una mossa che ci porterà ad abituarci ad un basket sempre più lontano dal ferro, oppure quello di D’Antoni rimarrà un esperimento isolato?

 

La filosofia del coach

Intanto dovremmo un po’ tutti metterci d’accordo sul significato da dare alla filosofia messa in atto da Mike D’Antoni da che è diventato head coach degli Houston Rockets nell’ormai lontano 2016 e da quando, fin da allora, ha un record positivo di 236 vinte e 113 perse.

Se non si parte da questo pensiero, è praticamente impossibile cominciare alcun tipo di discorso senza chiudersi dietro dei preconcetti che non aiuterebbero a capire dove voglio andare a parare.

Il record è decisamente positivo, ma il dato va commisurato, va da sé, al capitale tecnico della squadra che, di anno in anno, ha portato alla maturazione di un roster che ha perso via via Kilogrammi per lasciare spazio a piccoletti sempre meno fisici e sempre più inclini a giocare lontano dal ferro.

Questo tipo di pensiero ha avuto il suo culmine con la scelta di febbraio, quando Houston ha messo in atto la trade più importante, in termini numerici, dal 2000 ad oggi.

 

Addio a Capela e Nenè

L’estremismo delle idee di D’Antoni si è palesato in tutto il suo fulgore nella scelta di posizionare definitivamente il proprio parco lunghi ad Atlanta, segnatamente formato da Clint Capela e Nenè, lasciando un unico big man, Tyson Chandler, a difendere le ragioni dei centri puri in casa texana. Una sorta di manifesto ideologico al tramonto.

Alla voce presenze di Chandler nelle partite coi Rockets, segnate pure “Virgola”.

In quella stessa trade, Houston è arrivata al vero e proprio obiettivo di metà stagione (o almeno quella che doveva essere metà stagione): Robert Covington, ennesimo esterno tiratore con caratteristiche difensive, non proprio le stesse di alcuni dei suoi attuali compagni.

Quello che mancava, insomma, per completare un quintetto zeppo di tiratori senza peso sotto canestro.

 

Isolamento, mantra dei solisti

L’arrivo di Russell Westbrook ad accompagnare le scorribande offensive di James Harden, aveva già fatto presagire un viatico di questo tipo, per cui abbandono praticamente totale del mid range (ma questo vale ormai per ogni squadra), lay up come se piovesse quando vi è la possibilità di incunearsi come sanno fare con maestria i due talenti e tanto, tantissimo tiro dalla lunga distanza, con tutti i protagonisti in campo.

Houston è la squadra che tira maggiormente da tre punti ormai da quattro stagioni e quest’anno guida la specialità con qualcosa come 3.261 tiri tentati in regular season, 260 in più circa dei Mavericks di Luka Magic e addirittura 460 in più dei Bucks…

In termini di media per partita questi numeri si traducono in 45,3 tiri da tre punti per ogni match. Nella stagione 2013-2014 il dato degli Houston, che anche allora chiusero primi in questa speciale classifica, si fermò a 26,4 per partita!

 

Di più e di meno

La cosa che fa specie più delle altre, però, è che nel calderone andrebbe inserita anche la percentuale di realizzazione di tali tiri, visto che quest’anno in RS i Rockets hanno segnato il 35,6% dei tiri tentati, un punto percentuale in meno rispetto all’anno scorso, quando furono eliminati al secondo turno di playoff.

Il problema più evidente è che se la base di ragionamento dell’intero marchingegno dei Rockets è solo ed esclusivamente la statistica, allora lo stesso discorso dovrebbe valere quando i numeri non sono amici di tale teorema.

 

La serie contro i Los Angeles Lakers

Sono settimane che l’accoppiamento tra Lakers e Rockets è considerato il più sexy tra quelli della Western Conference, ci sono poche squadre in NBA che possono mettere in difficoltà i giallo-viola come i razzi.

Tutto parte, ma questo è perfino banale e piuttosto sciocco ribadirlo, dalla percentuale di realizzazione del tiro da tre punti di Harden e compagni.

Ma se questo vale per la sfida contro Lebron ed AD, appare meno importante contro squadre come Clippers o Denver.

L’idea parte dal fatto che paradossalmente Vogel dovrebbe creare un piano di gioco difensivo volto a incoraggiare il tiro da 3 dei Rockets, perché se D’Antoni riuscisse a mixare penetrazioni e tiro dall’arco, sarebbero dolori per la difesa Lakers, improntata a difendere BENE contro squadre meno fuori dagli schemi e ben più convenzionali, ma in netta difficoltà quando c’è da faticare sudore e fantasia in tutto il perimetro difensivo.

La percentuale di isolamenti che Harden deciderà di prendersi e che andranno a buon fine, farà la differenza, poiché tutta la serie metterà in risalto gli adeguamenti del Lakers sugli altri tiratori di Houston, Covington, P.J. Tucker, Erick Gordon su tutti, ma anche Green, House e Rivers quando ci sarà da far rifiatare il quintetto.

I Lakers non sono profondissimi coi difensori sugli esterni, spesso Vogel ha messo in campo in questa bolla di Orlando Lebron, Davis e uno tra Howard e McGee, cosa che non avrebbe un enorme senso pratico contro Houston, se non per sfruttare Kili e Centimetri in attacco.

Ma la difesa non esattamente perfetta dei Rockets non merita tutta questa attenzione e gente come il re ed AD bastano e avanzano per mettere in difficoltà il barba, Westbrook e compagnia nella loro metà campo.

Ciò potrebbe mettere a forte rischio l’equilibrio difensivo dei Lakers, per questo parlavo prima di adeguamenti sul tiro degli esterni e di percentuale di tiro. Se i piccoli di Houston sono in giornata non ci sono armi per questi Lakers, se non sperare di vincere sul campo dei propri avversari: il punteggio altissimo.

Ma a quel punto, sarà una guerra…

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