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Il tacco del Mancio

La folle genialità trasferita dal campo alla panchina. Come Mancini ha cambiato il dogma del calcio italiano.

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Fonte immagine: Facebook

Se nella tua carriera da calciatore hai avuto la capacità di illuminare i terreni di gioco di tutta Europa con le tue giocate mostrando le tue doti tecniche e il genio assoluto, riuscire a trasmettere in campo da allenatore non è così scontato.

La rivoluzione copernicana che Roberto Mancini ha voluto introdurre al calcio italiano rappresenta una svolta epocale per chi ha avuto nel suo Dna concetti ben consolidati come catenaccio, difesa e contropiede. Ma non solo.

Vincere a certi livelli e con la competitività attuale è impresa ardua, difficile, necessità di particolari congiunzioni astrali ed estrema competenza. Ma talvolta si può ritenere di aver ottenuto un grande successo senza necessariamente alzare trofei in mezzo a un tripudio di coriandoli.

 

La genesi di un’idea folle

 

L’Italia del calcio esce emotivamente devastata dalla mancata qualificazione ai mondiali in Russia,   complici scelte discutibili e la mancanza di idee chiare.

Mancini raccoglie le ceneri di un movimento nazional-popolare avvilito e spaesato, in quel momento nemmeno il più ottimista dei tifosi riesce a pensare che la risalità possa essere possibile nel breve periodo. E allora è necessario fare qualcosa che nessuno si aspetti, trasmettere concetti fino a quel momento ritenuti superflui, un po’ come accade in campo tirar fuori quella giocata che fa sobbalzare il pubblico producendo un “ooohhh” di stupore.

Da quel momento, il Mancio nazionale imbocca la sua strada, ritiene che l’Italia possa giocare un calcio offensivo, basato sul possesso palla, sugli scambi veloci, su esterni dinamici e ficcanti, una squadra moderna e autoritaria. Lui è consapevole delle difficoltà che avrebbe incontrato, dello scetticismo che una scelta simile avrebbe generato ma va avanti. La mission è difficile, sa bene che  non ha in mano una “generazione di fenomeni” ma sa che creare un gruppo convinto, forte, coeso può consentirgli di bypassare questa mancanza.

 

…“Ci vogliono buoni compagni di viaggio”…

 

E in questo suo cammino non può fare a meno di colui che in campo è stato per anni il suo gemello, Gianluca Vialli. Una figura fondamentale, resa ancora più epica per come sta combattendo il cancro che lui stesso ha definito “un compagno di viaggio indesiderato”. Un approccio totalmente privo di retorica.

 

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Ma non finisce qui. Mancini decide di aggregare al gruppo azzurro uno dei reduci del mondiale del 2006, Daniele De Rossi, icona del calcio italiano, simbolo della Roma e guida perfetta per un gruppo giovane e ambizioso che da un personaggio di tale spessore può solo trarre benefici.

Chi vi scrive questo pezzo lo fa durante un Europeo in cui il risultato finale potrebbe essere quasi ininfluente ai fini della valutazione. L’obiettivo primario era quello di far nuovamente battere il cuore ad una nazione delusa, abbattuta ma che fa della passione un elemento imprescindibile della sua esistenza. E Mancini ci è riuscito. Ci siamo emozionati con i gol di Locatelli, Insigne e Chiesa ma quel tacco istintivo e geniale che ci ha mostrato in giacca e cravatta col Galles è l’apice del progetto, un segnale abbagliante del condottiero senza paura.

 

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La folle genialità trasferita dal campo alla panchina. Come Mancini ha cambiato il dogma del calcio italiano.
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