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Gli squilibri del calcio moderno

La cessione di Lukaku e il passaggio di Messi al Psg. Effetti devastanti di un meccanismo malato che ha raggiunto l’apice della follia.

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Fonte immagine: Facebook

Partiamo da una base importante, quanto succede all’Inter è qualcosa di decisamente importante. E triste. Quando la squadra campione in carica si trova nell’estate successiva al titolo, a vendere i due giocatori più forti (Hakimi e Lukaku) e a sostituire il mister (antipatico ma vincente) dimissionario, qualcosa non quadra. Ma non a livello di team, a livello di Sistema.

Quando si mette il naso fuori dai confini nazionali siamo smarriti come il primo giorno delle superiori tra compagni nuovi, insegnanti di materie di cui ignoravi l’esistenza e compagne che in un’estate sono passate dalla prima alla quarta ed ora hanno tutti gli occhi addosso.

Semplicemente si gioca allo stesso gioco ma con regole diverse.

 

Le regole del gioco, quelle nuove.

Ci sono sostanzialmente due ragioni : “appeal del campionato” e “papà che immette denaro a piacimento”.

Partiamo dall’appeal del campionato legato a cui c’è l’annoso tema dei diritti tv.

La Premier League riceve ogni stagione poco più di tre miliardi di euro l’anno, tre volte tanto la serie A e la torta viene ripartita più o meno nella stessa maniera tra le partecipanti al campionato (in serie A è un mix tra parte uguale per tutti (26,7 mln), ma è il totalone ad essere vistosamente diverso.

Per fare un esempio lampante, lo Sheffield United (la più “sfortunata”, ultima in questa classifica per la Premier) si trova ad incassare 106 milioni di euro a stagione contro i 65 dell’Inter, prima squadra in Italia. Un abisso.

La nostra ultima in classifica, il Crotone, ha incassato 30 milioni di euro. Se tutto va bene in Inghilterra li prende una squadra di League One (serie C, tipo la Pro Sesto) dato che la Championship, la loro serie B è interamente sponsorizzata da Sky Bet.

Per non parlare della questione stadi. Da uno stadio una squadra media di serie A incassa intorno ai 15 milioni di euro tra biglietti, merchandising e ristorazione, una squadra di Premier 40 milioni.

In Premier 17 stadi su 20 sono di proprietà (la Germania è più avanti con 16 su 18), in serie A ce ne sono 4 su 20, Atalanta, Sassuolo, Juventus e Udinese.

Uno stadio di proprietà consente, oltre che a non pagare molteplici costi, anche di creare criteri di redditività, esperienze totali rispetto all’andare a vedere una semplice partita di calcio. Le famiglie vanno allo stadio tre ore prima del match e spesso escono ore dopo il fischio finale tra ristoranti, pub e centri commerciali situati all’interno. Difficile farlo in Italia dove il 50% degli stadi di serie A (IL CINQUANTA PER CENTO!) è stato costruito prima del 1940.

Ed è la normale conseguenza di come in PL il tasso di riempimento medio degli stadi sia del 96% contro il 59% della serie A.

Le conseguenze sono evidenti, un giocatore non di primissimo pelo, riserva in Nazionale (25 anni), icona in perfetto stile Beckham come Grealish venga venduto a 25 anni alla cifra di 117 milioni. E non è l’unico caso.

Il vero “problema” si ha quando queste squadre vengono a pescare nel nostro campionato.

E allora Romero vale 50 milioni e due giorni dopo sembra che gli stessi Spurs abbiano in mano anche Tomiyasu, corteggiato per mesi da mezza serie A, con proposte fuori portata.

Finché resteranno certi squilibri non stupiamoci se, per esempio, la finale di Champions League sarà tra due squadre inglesi.

 

Ricchi e meno ricchi

Posto che Ceferin pare avere rapporti privilegiati con PSG e City, in questi giorni in molti hanno aperto gli occhi sulla labilità del Fair Play Finanziario e sul fatto che la Superlega avrebbe forse aiutato una miglior ridistribuzione dei profitti.

Alla fine è appurato che il calcio anche oggi non è della gente e allora forse non era meglio far mangiare più club dalla stessa (enorme) torta con l’obiettivo di aumentare competitività e livellare il tutto verso l’alto?

Faccio un passo indietro ed introduco il Fair Play Finanziario, cioè quel giochino per cui ogni club dovrebbe tendere al pareggio di bilancio, cioè a spendere (massimo) solo quello che effettivamente guadagna (banalizzo per rendere idea).

Dovrebbe, appunto.

La terra di mezzo, non regolamentata né regolarizzata (volutamente), è il tema delle sponsorizzazioni, un qualcosa in grado di immettere denaro cash nelle casse di una società senza particolari controlli data l’intangibilità del bene.

Ecco, quindi, che il PSG chiude l’ultimo bilancio visibile con 175 milioni di perdita ma allo stesso tempo ottiene in quell’esercizio una sponsorizzazione dal Qatar Tourism Authority di 145 (!!) milioni a stagione che gli consente di tappare la falla. Per farla breve è come il piccolo commerciante che sponsorizza la squadra del vostro paese di seconda categoria e che mette tutto in detrazione per pagare meno tasse. Su larga scala ma il senso è il medesimo.

 

Le regole. E come aggirarle.

Nulla in confronto al settlement agreement (“patteggiamento”) cui sono state sottoposte Inter e Roma o all’esclusione dalle coppe europee a cui è stato costretto il Milan. Due pesi e due misure.

E grazie a questi artefici, nemmeno troppo velati, il PSG può permettersi di pagare lauti stipendi ai parametri zero Donnarumma, Ramos, Wijnaldum e Messi, indirizzando le loro scelte da svincolati in maniera schiacciante.

Il rumore che si sta scatenando in queste ore è talmente fragoroso da rendere quest’estate l’ultima del fair play finanziario, o per lo meno si spera che sia così.

C’è già in canna il Football Earning Rules che verrà “calcolato” considerando il risultato netto di esercizio di ogni singolo club, ovvero non sarà più obbligatorio mantenere un equilibrio tra entrate ed uscite, ma non si potrà portare in negativo il patrimonio netto.

Questo meccanismo dovrebbe mettere al riparo dalle sponsorizzazioni fittizie, ovviamente fino a nuovo sviluppo della finanza creativa.

E’ un calcio che cambia. E finchè ci saranno questi strapoteri tra ricchi e poveri, grandi e piccini, furbi e stangati dalla legge, le cessioni “alla Lukaku” saranno inevitabili.

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